Tomando un chai con una scimmia!

Arriviamo a Varanasi in un’umida giornata di gennaio.

Il posto ci apparve da subito pieno di una strana energia, in grado di stregare chiunque, ma quelli non furono proprio giorni rilassanti. La sfiga perseguitava per caso Patrizio, che nel giro di 24 ore si rese conto di avere il sensore della macchina fotografica sporco -con conseguenti foto a pois- e di aver rotto gli occhiali da vista.

Passiamo il primo giorno a cercare un ottico, che non facesse occhiali con i fondi di bottiglia trovati per strada, superando quasi senza difficoltà il problema; il secondo a cercare un posto che pulisse la macchinetta sudicia, perché Patrizio rifiutava la mia idea di buttarla nel Gange per purificarla. Il servizio informazioni di Nikon ci manda alla “per un cazzo vicina” Allahabad a 4 ore di autobus: chiamo il negozio per assicurarmi di non fare un VIAGGIO a vuoto e mi rispondono “IN INDIA EVERY THING IS POSSIBLE”. Ok, fidiamoci di un indiano.

Ovviamente il devastante sentimento premonitore che avevo per questa giornata fa capolino con un’inaspettata pioggia torrenziale che ci accoglie appena scesi dal pullman e si concretizza con un riksha a pedali che ci fa girare per 2 ore e mezzo sotto l’acqua senza mai arrivare a destinazione. Qui, avrei tanto voluto tornare a Varanasi a corsetta per affogare la colpa di tutto questo nel sacro Ganga: PATRIZIO con quella cazzo di macchina fotografica. Non felici di aver passato quest’epopea, arriviamo al centro nikon e il tipo con cui avevo parlato a telefono mi guarda e mi dice: “scusa, non avevo capito bene…qui non ci occupiamo di macchine così grandi!”. No comment.

I primi giorni se ne andarono così, ma tra “il Lezzo” con cui avevamo fatto amicizia e da cui andavamo a pranzo, tra l’omino dei dolcini che mi regalava sempre qualcosa e un bambino che ci seguiva tutti i giorni per dirci che conosceva Nanni Moretti, incontrammo ben presto la nostra dimensione. Un misto tra il quotidiano e l’imprevedibilità dell’India ci ha catturato senza più lasciarci andare. Ci è anche toccato ripulire il Karma di Patrizio (nuovamente) con una baksheesh di 1000 rupie, dopo che è stato sgamato a fare le foto alle cremazioni… tanto per parlare di cose inaspettate.

La sacralità di questa città che si spacca in due, tra una parte nuova con la frenesia di un’india che cresce e una vecchia, con l’energia d’un india che fa fatica a globalizzarsi, si contorna di vicoli stretti, cibo di strada ottimo, mucche che bloccano il traffico e donne che vendono la verdura. E’ una città indiana, piena di bianco e nero, soprattutto se contiamo che a Varanasi la gente va a morire per concludere il ciclo delle rincarnazioni, per purificare la propria anima attraverso la cremazione e per finire nel più sacro di tutti i fiumi dell’hiunduismo.

Tante le persone che abbiamo conosciuto in questa città, tante le cose che abbiamo raccontato e quelle che abbiamo imparato. Qui forse abbiamo anche capito che chi incontri ha qualcosa di simile a te, nel cuore dove tutto si accumula, e che nella diversità siamo accomunati da un qualcosa che cerchiamo di lasciarci alle spalle. Mi hanno anche fatto notare che tutta la poesia che vedevo non ha niente di dolce, bensì qualcosa di crudo e schietto, che nella nostra realtà ci viene nascosto dalle maschere di bellezza e che qui, invece, viene vissuto con molta naturalezza e niente rammarico. Questo lo si vede quando cremano i loro morti: chi ha denaro verrà cremato con legno di sandalo, mentre chi non ne ha sufficiente per comprare quei 200/250 kg di legna si arrangia cremando il meglio possibile il proprio parente e poi ci sono quelli che non hanno nessuno a sostenere il proprio defunto, quelli che sono soli e senza soldi e gettano il proprio caro alla balia di un fiume che “accoglie” tutti; ma queste sono scene troppo forti e intime da fotografare.

Senza giudizio assistiamo quindi alle preghiere, guardiamo le famiglie che sorreggono i propri morti cantando fino ai ghat, ammiriamo le infinite candele che galleggiano nel fiume alla sera e speriamo di aver capito un po’ meglio ciò che ci circonda.

So per certo che tutto questo va vissuto per essere capito e che non sempre è tutto facile, ma è comunque qualcosa che ti regala un’emozione.

Quindi immaginiamocela questa città e facciamolo a occhi chiusi.

Ps. E se qualcuno ci ha scritto un musical, un motivo ci sarà.

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