Una pastata col Baba

Avevamo sentito parlare a lungo di lui, fin dal Goa, e tutti ci consigliavano di andarlo a trovare: Baba Cesare, lo chiamavano. Allora noi, senza sapere altro che il suo nome e il suo ruolo (e dopo aver cambiato le gomme del motorino…), abbiamo deciso di seguire l’entusiasmo delle persone che non viaggiano con la Lonley Planet in mano.

Lasciamo Hampi e ci dirigiamo verso Hanumanali, imbocchiamo una piccola strada sterrata e lasciamo il nostro mezzo tra piantagioni di banane e palme; proseguiamo a piedi, attraversando il fiume, tra i campi pensando: “ma dove cazzo stiamo andando?!”. Troviamo il tempio in questo surreale paesaggio; saliamo una ripida rampa di scale, finchè non sentiamo una voce che dice: “Toglietevi le scarpe!”. Ci sediamo di fronte a un uomo bianco, magro, sulla settantina, circondato da alcuni uomini che scopriamo vivere nel villaggio vicino. Sapevamo di non avere un vero motivo per essere li, in mezzo a loro.

La curiosità muove l’uomo alla scoperta.

Lui parlava poco e le nostre domande rimanevano futili: sono poche le cose che abbiamo saputo di lui.

Un italiano che è venuto in India da giovanissimo dopo una serie di mascalzonate, dice lui, e che ora presidia il piccolo tempio di Shiva che sorge tra le rocce. Certo non era tanto la storia della sua vita a incuriosirmi, ma la semplice e potente energia emanata dalla situazione. Tra una chiacchiera e un chillum ci invita a tornare la sera, prima del tramonto, per pregare insieme… e per farci una pastata.

Così è stato…più o meno.

La sua voce rauca scandita da campane e tamburi, l’odore dell’incenso, la ritualità del momento così legato al ritmo della natura e per un momento ti ricordi di far parte anche te di tutto questo: ritorni a essere presente nella natura che sta fuori e dentro di te e si fa forte la coscienza che tutto quello che hai non è quello che sei.

Niente serve se poi hai l’odio dentro.

La serata continua fumando, bevendo un the per riscaldarsi dal tiepido freddo invernale indiano, cucinando il riso tutti insieme in cerchio intorno a un piccolo fuoco di legna. Parlando scopriamo che tra noi c’è un ragazzo della nostra età che, appena laureato in ingegneria informatica, ha comprato un campo, delle mucche e si è messo a fare il latte. Lo guardavo e lo vedevo confuso, ma allo stesso tempo sentivo la sua felicità.

Tornammo a casa a buio inoltrato ringraziando e guardando milioni di stelle.

E ogni tanto penso, sbagliando, a quando ritornerò in Italia e vedrò tutte le persone vestite di nero perché “il nero sta bene su tutto” e penserò: finchè il nero starà bene su tutto, non credo che si potrà essere felici.

A.

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2 risposte a “Una pastata col Baba

  1. Non ci posso credere…avete incontrato Baba Cesare 🙂 Avevo letto di lui nel libro di Folco Terzani.
    E a proposito..quando sono tornata in Italia mi ha colpita proprio la vista di tutto quel nero.

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